Il Sudan e la condanna del suo presidente al-Bashir
Dopo la sentenza delle Corte penale internazionale dell’Aia, che ha emesso il mandato d’arresto per Omar Hassan al-Bashir, il presidente del Sudan, accusato di crimini di guerra e contro l’umanità in Darfur. Certo che la decisione dell’Aia ha suscitato molti commenti e non tutti favorevoli a questa iniziativa che appare molto simbolica e utile solo per evidenziare le responsabilità di Bashir nei confronti del conflitto e delle violenze nel Darfur. Sicuramente inefficace dal punto di vista della sostanza. Un azzardo dal punto di vista strettamente politico, che dimostra la debolezza della politica internazionale che ha preferito dare mandato al Tribunale Internazionale piuttosto che agire con fermezza e coerenza. Poi nessuno ha spiegato chi e come dovrebbe andare ad arrestare il presidente Bashir. Lo stesso Luis Ocampo, procuratore capo del Tribunale Internazionale, ha dichiarato al canale satellitare Al-Arabiya che non “invieremo nessuno ad ammanettare il presidente sudanese“.
Combatteremo contro il neocolonialismo – così il presidente sudanese Al Bashir sfidando il mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale dell’Aja con una visita in Darfur, in guerra dal 2003, per la cui situazione è accusato di crimini di guerra e contro l’umanità . Il presidente ha poi ribadito che il Sudan rifiuta le decisioni dell’Aja perchè non ha firmato lo Statuto di Roma con cui è stato istituito il Tribunale penale internazionale. Oltre a questo ha anche fatto espellere dal paese 13 organizzazioni non governative accusate di aver collaborato con gli investigatori del tribunale
Per Gino Strada di Emergency si tratta di una manovra politica contro gli africani «Il mandato di cattura emesso dal tribunale internazionale contro il presidente Omar al Bashir è grottesco. Come fa un istituto come la Corte che non è riconosciuto dal Sudan ad emettere un provvedimento contro un cittadino sudanese e per di più presidente?» Ancora nell’intervista al corriere della sera Strada giustamente evidenzia la disparità di trattamento della comunità internazionale e, come spesso accade, l’Africa è quella che ci rimette. “La credibilità del Tribunale de l’Aja è così minata per sempre. Inoltre sembra ci sia un accanimento sugli africani. Perché nessuno indaga George W. Bush, per le violenze in Iraq, o Ehud Olmert, per i massacri dei civili a Gaza, o Vladimir Putin, per i crimini di guerra commessi in Cecenia? Non andrebbero quanto meno investigati per le atrocità commesse dalle loro truppe? La corte sembra essere manovrata, indirizzata verso coloro che non sono ortodossi. Insomma sembra quasi che le sue decisioni siano prese in base a un’agenda politica e con profondi pregiudizi»
Per Rudolf Deng, presidente della Conferenza dei vescovi sudanesi “L’arresto del presidente Omar al-Bashir non porterà la pace in Sudan, Paese devastato dalla guerra e che ha bisogno di una vera riconciliazione”. “Per salvare il Sudan – ha aggiunto il presule – abbiamo bisogno di maggiore sincerità sia da parte dei politici che da parte dei ribelli e di maggiore attenzione da parte della comunità internazionaleâ€?.
Per Antonio Cassese, ex presidente del tribunale dell’Aia e presidente della commissione d’inchiesta dell’Onu sul Darfur “Purtroppo l’effetto perverso del mandato di cattura è che ha rafforzato Bashir sia in Sudan sia presso i Paesi africani ed arabi, mentre ha messo a grave repentaglio le organizzazioni umanitarie che lavorano nel Darfur.” Inoltre la giustizia internazionale subirà un duro contraccolpo dal momento che baschir non cerrà mai arrestato. Per Cassese sarebbe stato più saggio procedere con grande cautela, e magari emttere solo un mandato di comparizione e non di arresto.
Critica la posizione di Nigrizia nei confronti dei molti maître à penser che si stracciano le vesti. La corte – affermano – avrebbe dovuto riflettere più attentamente sulle conseguenze del suo operato. Qualcuno s’è spinto fino al punto di affermare che un mandato di cattura internazionale dovrebbe essere spiccato contro un “tiranno� (o un colpevole) già arrestato (vedi Milošević), così che non possa fare ritorsioni proprio contro coloro che si vuole proteggere. Ma non si era deciso di fare tutto il possibile per prevenire i crimini contro l’umanità ?
L’editoriale scritto da Franco Moretti plaude alla decisione del Trinunale Internazionale invitando al comunità internazionale a fare un esame di coscienza: Washington, Londra, Parigi, Pechino, Khartoum, Il Cairo… l’Onu, l’Unione europea, l’Unione africana, la Lega araba, il mondo intero, da 6 anni ormai vanno dicendo che stanno impegnandosi per portare la pace in Darfur. Bugie! Quando il segretario generale dell’Onu ha chiesto di poter aumentare il numero della forze di pace nella martoriata regione sudanese, non ha trovato un solo governo disposto ad accollarsi, anche solo in parte, l’onere dell’operazione (in termini di finanze e di personale). Riteniamo che il procuratore generale della Cpi, Moreno Ocampo, abbia concesso alla comunità internazionale più del tempo necessario per mostrare che davvero intende portare la pace in Darfur.
TimeForAfrica ritiene che le posizioni espresse qui sopra riportate, siano legittime. Certo è che la Comunità Internazionale e la Politica in questi anni non sono riuscite ne a governare e gestire le grandi crisi come quelle del Darfur , e nemmeno il processo di globalizzazione lasciato in mano alla Finanza speculativa e di rapina che ha contribuito ha impoverire le persone aumentando il solco delle ingiustizie. La sentenza del tribunale internazionale, che non sortirà effetti tangibili, potrebbe essere uno spiraglio per mettere in condizioni al comunità internazionale di agire in modo più risoluto per porre fine alle violenze del Darfur: certo la Cina e la Russia non possono essere messe da parte.

Madagascar cosa succede?
I gravi fatti di sangue di questi ultimi giorni hanno richiamato l’attenzione dei media sul Madagascar un Paese che tutto sommato godeva di una buona stabilità sociale e politica. Gli scontri della settimana scorsa hanno lasciato a terra oltre 100 persone uccise a seguito di una manifestazione anti-governativa organizzata dal leader ed ex sindacaco della capitale Antananarivo, Andry Rajoelina. Quella che doveva essere una manifestazione di protesta davanti alla sede presidenziale, si è tradotta in una tragedia : i soldati, la forza di sicurezza presidenziale hanno sparato ad altezza d’uomo uccidendo 28 persone.
Molti gli interrogativi sulle motivazioni che hanno portato la folla di manifestanti a marciare davanti al palazzo presidenziale sorvegliato da soldati armati.
Che il presidente attuale Marc Ravalomanana con le sue politiche abbia ulteriormente divaricato il solco tra poveri e ricchi è un fatto. Del processo di liberalizzazione economica portata avanti dal Presidente ha soprattutto beneficiato una piccola élite, mentre le condizioni dei poveri sono peggiorate, nonostante la crescita macro-economica registrata in questi anni.
Come spesso accade i buoni risultati macro economici non vanno mai a beneficio di tutta la popolazione e questo inevitabilmente si traduce in malcontento che, come nel caso dell’iniziativa dell’ex sindacao della capitale, può essere organizzato politicamente.
Le riforme economiche di Ravalomanana, hanno attirato molti e potenti investitori stranieri, tentati dal petrolio e dai minerali pregiati. Imprese come Rio Tinto hanno investito miliardi di dollari in porgetti minerari locali. La società Canada International Corporation, una società di risorse naturali, sta investendo 3,4 miliardi di $ per lo sviluppo di una delle più grandi miniere di nikel al mondo, a est della capitale.
Il problema è che le politiche del governo, per la valorizzazione di queste risorse non hanno contribuito allo sviluppo di politiche sociali in grado di contrastare le disuguaglianze tra poveri e ricchi.
Il Presidente stesso ha tratto enormi benefici dalla crescita economica del Madagascar. Il suo successo come imprenditore in prodotti lattiero-caseari, ha favorito la sua corsa presidenziale del 2001. Ma anche in questi paesi il conflitto d’interessi non risolto, unitamente alla non equa distribuzione dei benefici economici, hanno portato la gente a prendere le strade di Antananarivo.
La violenza corre il rischio di inasprire ulteriormente il già difficile confronto. Rajoelina, con il suo tentativo di strappare il potere di un governo democraticamente eletto è stato condannato dalla Unione Africana e i diplomatici occidentali, sotto l’egidia delle Nazioni Unite, stanno spingendo per un dialogo, indispensabile per mettere fine alle rimostranze espresse nelle manifestazioni.
La situazione comunque non è facile, oltre alla crisi economica mondiale che si prevede pregiudicherà ulteriormente l’Africa, c’è la crisi politica con il rischio anche di una crisi alimentare provocata dalla stagione dei cicloni.
Per approfondire vai al link: www.madagascar-tribune.com/Difficile-d-eviter-un-autre-bain,111
Appello di gruppi di donne per la pace nella regione dei grandi laghi
Sulla crisi ancora drammatica del Congo le donne per la pace che vivono nella zona dei grandi laghi : Rwanda, Burundi e Repubblica democratica del Congo, lanciano un’appello che qui pubblichiamo grazie alla disponibilità dell’Associazione il Paese delle donne che, attraverso il sito www.womenewes.net da spazio alla voce delle donne nel mondo.
Appello delle donne per la pace
Noi, donne dei gruppi del Rwanda, del Burundi, della Repubblica democratica del Congo in unione con la Marcia mondiale delle donne, profondamente preoccupate dal ritorno delle guerre e dai persistenti conflitti armati nella Regione dei Grandi Laghi, lanciamo un appelllo per la pace nella regione e nel mondo intero.
Constatiamo con amarezza:
che le donne e i bambini sono particolarmente colpiti da questi conflitti che comportano gravi conseguenze su di loro, fra le altre: uccisioni, violenze sessuali, e soprattutto lo stupro usato come arma di guerra; tutte le altre forme di violenza: i rapimenti, il traffico sessuale, le deportazioni in massa e forzate della popolazione civile, l’aumento della povertà , il propagarsi dell’HIV/AIDS,
che la causa profonda della violenza contro le donne è il sistema patriarcale fortemente radicato nel quale le donne sono marginalizzate e i loro bisogni e diritti negati a causa del loro genere;
la non applicazione della Risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza dell’Onu;
che i caschi blu presenti nella sub-regione non migliorano la situazione contrariamente ai mandati che sono loro assegnati. Alcuni commettono anche atti di violenza sessuale e ciò aggrava il conflitto;
che il sistema internazionale di gestione dei conflitti, quali le azioni dell’Onu non sono efficaci;
che la fabbricazione, la vendita e la circolazione incontrollate delle armi contribuiscono al persistere dell’insicurezza e alla destabilizzazione della sub-regione e nel mondo intero;
che la cultura dell’impunità ha eletto domicilio nella sub-regione e nel mondo intero
che la guerra è il risultato di un sistema d’ingiustizia nella ripartizione e nell’accesso alle ricchezze del mondo;
che i gruppi ribelli e le differenti forze negative, con le loro ideologie genocidarie, continuano ad operare nella regione dei Grandi laghi africani;
che le potenze politiche ed economiche sostengono questa situazione per soddisfare i loro egoistici interessi economici.
Denunciamo:
i gruppi ribelli e le forze negative sempre presenti nella sub-regione che continuano a causare l’instabilità e a violare le donne, le bambine, e anche gli uomini, mettendo in pericolo la pace;
il ruolo negativo dei media nazionali ed internazionali i cui messaggi attizzano i conflitti deformando la realtà .
Domandiamo:
alla Comunità internazionale di fare pressione e di rendere responsabili i governi della sub-regione firmatari degli accordi che non hanno rispettato gli impegni stabiliti;
alle Nazioni Unite di adattare il loro mandato alla situazione dei paesi dei Grandi Laghi e di disarmare immediatamente i gruppi ribelli e le forze negative nella sub-regione;
alle Nazioni Unite di sottoporre a sanzioni i caschi blu che si rendono responsabili di atti di violenza sessuale nei confronti di donne e bambine;
alle Agenzie di aiuto umanitario di proteggere la popolazione civile, di denunciare gli atti di violenza sessuale contro le donne e le bambine, e di assicurare una presa in carico adeguata alle vittime di stupro;
ai Governi dei paesi dei Grandi laghi di risolvere i conflitti con il dialogo sinsero associando le donne in conformità con la Risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Esigiamo:
che le donne siano riconosciute come attrici e negoziatrici della pace e che partecipino a tutti i processi di prevenzione, gestione e risoluzione pacifica dei conflitti così come alla ricostruzione dei loro rispettivi paesi;
che l’Unione Africana assuma le sue responsabilità coinvolgendosi effettivamente nella risoluzione dei conflitti mfra i paesi affricani.
Interpelliamo:
i vari governi della sub-regione perché rispettino gli impegni presi con la firma dei differenti accordi di pace e di cessate-il-fuoco, disarmino le forze negative e applichino i patti di non aggressione.
Chiamiamo:
la popolazione civile dei paesi in conflitto a denunciare tutti gli atti di violazione dei diritti umani, in particolare le violenze fatte alle donne e ai bambini così come il persistere dello stato di guerra.
Dichiariamo la nostra solidarietà con le donne che soffrono per i conflitti e le guerre in tutto il mondo.
Noi siamo solidali con:
Le donne della regione dei Grandi Laghi africani, Burundi, Rep. Dem. Congo, Uganda, Rwanda, dove imperversano conflitti brutali e una sistematica violenza sessuale contro le donne, a dispetto degli accordi di pace e di cessate-il-fuoco
Le donne del Rwanda, e insieme noi diciamo “mai più” al genocidio
Le donne sudanesi durante questo periodo di crisi in cui il loro paese è stato sottoposto a massicce violazioni dei diritti delle donne
Le donne della Birmania che subiscono la violenza dello Stato. Noi domandiamo con fermezza al regime militare birmano di rilasciare immediatamente la dirigente democratica e nuovo premio Nobel, Aung San Suu Kyi
Le donne del Centro America (dal Messico al Panama) dove centinaia di donne sono vittime di femminicidio
Le donne dell’Irak e della Palestina che vivono sotto l’occupazione e sono private di tutti i loro diritti fondamentali
Le donne del mondo intero che sono sole ed isolate in regioni in conflitto ed in zone militarizzate
Noi domandiamo al Segretario generale dell’Onu di fare ogni sforzo per sollecitare gli Stati ad applicare la risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Noi domandiamo alla comunità internazionale di tener testa insieme a noi alla violenza sessuale e di adottare delle misure per prevenire il perpetuarsi di questa violenza.
Noi domandiamo ai governi di rendere imputabili gli autori di violenze sessuali e di tradurli davanti alla giustizia.
Noi consideriamo cruciale la partecipazione delle donne alla lotta per creare una cultura di pace. Integrando in pieno la prospettiva di genere alla prevenzione dei conflitti, alla gestione delle crisi e al consolidamento della pace dopo i conflitti, noi assicureremo alle donne un ruolo di primo piano nella costruzione della pace e garantiremo il rispetto dei loro diritti.
Volontà di riconciliazione
Gli incontri che si erano tenuti nella Repubblica Democratica del Congo e in Rwanda non sarebbero stati possibili senza la volontà molto forte delle donne della regione, i cui Stati sono stati in conflitto e dove le comunità sono state martoriate, di operare in favore della pace e della riconciliazione al di là delle barriere frontaliere, etniche o tribali.
Fino a quando tutte le donne non saranno libere, noi resteremo in marcia!
Dal Congo l’appello del Vescovo di Bukavu
ARCHEVECHE
B.P. 3324 Prot.438.08/17/1/8
B U K A V U
QUELLES PERSPECTIVES POUR LA PAIX EN RDCONGO
Adresse à Son Excellence Monsieur Adolphe MUZITO, Premier Ministre et Chef de
Gouvernement de la République Démocratique du Congo de passage à Bukavu
Excellence Monsieur le Premier Ministre,
C’est pour nous une grande joie de vous accueillir au Sud-Kivu, à moins d’une semaine après votre investiture et pour la première fois depuis que vous avez été élevé à la primature de notre Pays. Cette prise de responsabilité nous encourage et nous réconforte. Par le concours des circonstances, nous sommes comptés parmi les premiers bénéficiaires de vos missions à l’intérieur du pays. Votre présence ici suscite un immense espoir pour la population, qui attend connaître la réponse du Gouvernement à la crise qui tourmente le pays en général et l’Est en particulier.
Comme vous le savez, le 28 août 2008, les hostilités ont repris dans le Nord-Kivu. Elles risquent d’embraser à nouveau tout le pays et le ramener à la case départ. Ce serait ainsi plus de 5. 000.000 de morts pour rien, 1 milliard de dollars par an à la MONUC depuis 6 ans et 500.000.000 $ de frais électoraux jetés à l’eau. Et le calvaire du peuple congolais se poursuit. Ce peuple est ainsi décimé dans la plus grande confusion d’un côté tandis que règne la plus grande quiétude de l’autre. Pourquoi ?
Le drame congolais a des implications économiques et politiques à plusieurs paliers : au niveau international, national et local.
a. Au niveau International
La République Démocratique du Congo est en guerre depuis 1998. Cette guerre s’est révélée ensuite comme une guerre de prédation régionale et internationale. La difficile gestion des ambitions politiques des acteurs congolais n’en constituait que des épiphénomènes.
C’est ce qui ressort du Panel des Nations Unies sur le pillage des ressources naturelles de la République Démocratique du Congo. Pour de l’or, du diamant ou du coltan, des populations entières sont décimées, leurs habitations occupées, détruites ou incendiées par des bandes armées congolaises souvent clairement soutenues par des armées étrangères, avec des ramifications internationales encore plus étendues qu’on ne l’imagine.
Un double procès à la Cour Internationale de la Haye renseigne sur ces faits : l’Uganda et le Rwanda y étaient nommément inculpés. Mais justice n’a pas été vraiment rendue au Congo, du moins jusqu’à présent, face à ses voisins servant de relais à une nébuleuse des prédateurs internationaux désormais mieux identifiés depuis le Panel des Nations Unies sur les réseaux de pillage des ressources naturelles du Congo.
Parmi les propositions retenues par certaines chancelleries pour régler la question, on envisage un Sommet à Nairobi. Ne serait-il pas pertinent d’envisager également un autre qui réunirait les Etats-Unis, l’Union européenne et certains pays du Sud-Est asiatique pour qu’ils règlent leurs problèmes autour de leurs intérêts géostratégiques, économiques et même fonciers qui alimentent des tensions meurtrières dans cette Sous-région en général et au Congo en particulier. On épargnerait ainsi la mort à d’innombrables paysans et il y aurait moins de criminels. Ce qui allégerait également la tâche aux humanitaires et favoriser l’action des investisseurs.
b. Au niveau national.
Un processus de consolidation de la paix et de l’autorité de l’Etat a été mis en place par les institutions démocratiquement élues. Celles-ci ont délégué à cet effet le Programme AMANI par les résolutions conclues et signées à Goma le 23/01/2008.
Nous souhaitons vivement que nous congolais puissions unanimement soutenir ce processus et le Programme Amani, que nous puissions faire passer l’intérêt suprême de la Nation avant nos intérêts particuliers qui poussent à des divisions préjudiciables au peuple. Sur ce point précis on voit se creuser un fossé entre les aspirations de nos populations et les manœuvres politiciennes de certains élus pourtant portés au pouvoir par ces mêmes populations.
Dans l’exercice de ce pouvoir démocratique, nous espérons voir enfin l’Etat prendre pleinement ses responsabilités institutionnelles et assurer ses prérogatives de souveraineté (intégrité territoriale, unité, paix et sécurité pour les citoyens, bonne gouvernance au service du peuple par les dirigeants). Il nous semble nécessaire et urgent pour un pays riche en ressources naturelles comme le nôtre de bâtir une armée suffisamment forte pour garantir sa stabilité et son développement.
Cette évolution ne saurait se faire avec le laisser-aller actuel qui se manifeste de façon criante par la corruption au sein de la hiérarchie militaire et des services publics.
c. Au niveau provincial
Nous attendons de nos élus un engagement soutenu et la prise en charge des préoccupations de nos populations, spécialement en matière de paix, de sécurité et de bonne gouvernance. Au lieu de quoi on a l’impression qu’ils s’occupent plutôt de leurs positionnements et de leurs intérêts égoïstes. En effet, voici un an, nous avons vu nos députés se mobiliser comme un seul homme pour mettre dehors un gouverneur. Pour le problème des enseignants, du personnel de santé et d’autres questions sociales, ils ne disent rien. Maintenant que la Nation est en danger, on observe un silence presque total ; peut-être y travaillent-ils tout de même, mais le public n’en n’est pas informé. Nous aimerions connaître les priorités de nos élus en Province?
d. Perspectives
Voici quelques temps, en 2007 j’adressais à l’Ambassadeur de France une page portant sur les préoccupations sécuritaires de nos populations et des appréhensions de préparation d’une nouvelle guerre. Des personnalités éminentes ont trouvé l’accent exagéré et estimé que la situation était sous contrôle. Il n’y aurait pas eu de raison de s’inquiéter. Au Comité de Pilotage, le 23/09/2008, nous disions que ce qui était rumeur hier est devenu réalité aujourd’hui. En tout cas, plus que jamais, la vigilance est de rigueur.
Dans un système devenu aussi fragile que le nôtre, on se sent enfermé dans un cercle vicieux : nous passons de rébellions en pourparlers, de pourparlers en accords, des nouvelles mises en place au sein de nouvelles institutions et de nouvelles institutions en nouvelles rébellions…bref, un éternel recommencement.
En fait, la population congolaise est l’otage de plusieurs mobiles régionaux et internationaux.
- La prédation des ressources naturelles qui fait que des bandes armées de toutes sortes sacrifient les populations congolaises pour se frayer un espace de non Etat où chacun vient puiser librement sans autres frais à payer que ceux proportionnels à ses capacités de nuisance : cela est vrai pour les bandes armées congolaises aussi bien que pour les milices étrangères. A cette allure, le pays court le risque de devenir un repaire de brigands et même, si l’on n’y prend garde, un repli pour d’éventuels terroristes contre toute l’humanité.
- La prévention d’un autre génocide au Rwanda dicte des réflexes épidermiques de plusieurs responsables qui cessent de réfléchir sereinement lorsque ce mot est prononcé. Sous cette émotion, et pour des raisons morales même, ils laissent faire l’holocauste du peuple
congolais au nom de ces précautions: plus de 5 millions de congolais ont perdu leurs vies dans cette affaire. Notre point de vue est celui-ci : le génocide est à éviter absolument ; ce point de vue nous le partageons avec la Communauté Internationale. Mais on ne peut le faire aux dépens d’un autre peuple. Ce serait corriger un mal par un mal. Le génocide a été commis au Rwanda par des rwandais sur des rwandais. Il est donc absurde et injuste que la Communauté Internationale continue à en faire payer les frais aux congolais, innocents dans la conception, dans la planification et dans l’exécution. Il faut plutôt, par exemple, aider le peuple rwandais à se réconcilier chez lui avec lui-même, au lieu d’exporter ses problèmes chez autrui où il ne trouvera pas de solution. La Communauté Internationale a bien aidé le Congo et le Burundi à organiser leurs dialogues nationaux respectifs, ainsi que des élections démocratiques, libres et transparentes. Il serait temps que l’on en fasse autant pour le Rwanda. C’est alors que la renaissance de la CEPGL aura un sens.
- Autrement, le Congo doit-il payer les frais de la mauvaise conscience de la Communauté Internationale qui n’a pas arrêté le génocide alors qu’elle était sur place et fortement armée.
- La MONUC, au stade actuel, quel est son rôle ? Les choses se passent-elles de la même manière, avant comme après les élections ? Après avoir englouti tant de moyens, va-t-elle laisser le pays sombrer dans le chaos, observant les morts, les déplacés, les victimes de viols et leurs auteurs ?
- D’aucuns se demandent si les institutions mises en place par les élections exercent leurs fonctions ou sont-elles toujours placées tacitement sous tutelle de la MONUC. Font-elles vraiment tout ce qui est à leur pouvoir pour que le pays redevienne un Etat respectable au concert des Nations ?
- Comme tous les Etats souverains, la RDC a le droit et le devoir de maintenir la paix et la sécurité sur toute l’étendue de son territoire, d’y assurer un développement harmonieux, et de se doter les moyens suffisants pour y parvenir.
Conclusion
Nous, Eglise de Bukavu, solidaire de la souffrance de notre peuple, nous nous engageons pour la paix et le développement, et demandons aux institutions légitimement mises en place tant au niveau national que provincial d’exercer leurs fonctions en pleine responsabilité. Nous demandons à tous nos compatriotes de les soutenir dans cette lourde tâche. Ensemble, soyons responsables de notre jeune démocratie.
Tout en saluant les efforts exceptionnels déployés au Congo par la Communauté Internationale, nous lui demandons en supplément un sens plus élevé d’équité dans le traitement des problèmes qui concernent le Congo au sein de cette région des Grands Lacs.
Enfin, Excellence Monsieur le Premier Ministre, nous demandons que ces préoccupations soient prises en compte dans les options nationales et dans les négociations internationales afin que toutes les populations de cette sous région des Grands Lacs se retrouvent dans la paix et la cohabitation pacifique d’antan.
Fait à Bukavu, le 05 novembre 2008
+ François-Xavier MAROY RUSENGO
Archevêque de Bukavu
La Cina continua lo shopping in Africa
La Banca Commerciale e Industriale della Cina (ICBC), la maggiore di quel paese asiatico, ha annunciato ieri l’acquisizione del 20% delle azioni della Standrad Bank sud africana per 5,5 miliardi di dollari. La Standard Bank, che è anche leader del mercato in Mozambico, investirà anche e soprattutto in Angola (ricca di petrolio e materie prime strategiche), e in altri paesi africani.
Questa iniziativa della ICBC, rappresenta la maggior acquisizione finanziaria fatta dalla Cina. Attraverso lo Standard Bank la banaca cinese costituirà un fondo globale di un miliardo di dollari per per sostenere gli investimenti cinesi in Africa destinati a sfruttare il settore minerario, metallurgico, petrolifero e del gas.
Contiunua dunque l’espansione cinese nel continente africano.