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Elezioni 2007 in Kenya. I responsabili delle violenze.

Posted in Kenia osservatorio Paese by Daniela on the novembre 30th, 2008

I Kenioti vogliono sia fatta giustizia. Vogliono sapere i nomi dei responsabili dei crimini che hanno insanguinato diverse zone del paese, in seguito ai controversi risultati elettorali dello scorso dicembre. Lo ha rivelato qualche giorno fa un sondaggio condotto dalla Steadman, dove risulta che il 75% della popolazione, urbana e rurale, desidera sapere chi teneva le fila degli scontri che hanno portato alla morte di oltre mille persone e a più di 300 mila sfollati.

I nomi sono stati scritti, ma sono ancora sigillati in una busta, nelle mani di Kofi Annan, mediatore nella crisi elettorale che, infine, era stata risolta con l’istituzione di un Governo di Unità Nazionale, dove oggi i due candidati, Mwai Kibaki e Raila Odinga, ricoprono l’uno le cariche di Presidente e Capo di Gabinetto, l’altro quella di Primo Ministro.

A compilare la lista dei nomi è stato il giudice Philip Waki, autore di un dettagliato rapporto che indaga su quanto è successo in seguito alle elezioni del 27 dicembre, con le quali Kibaki, Presidente uscente è stato proclamato vincitore, nonostante l’accusa di brogli da parte dell’opposizione. Gli scontri erano scoppiati all’annuncio del risultato della Commissione elettorale, arrivato con sospetto ritardo, per poi proseguire durante tutto il mese di gennaio.  I sostenitori degli schieramenti politici si erano divisi per lo più sulla base dell’appartenenza etnica, elemento che ha connotato anche gli scontri, alimentati non solo da vecchie rivalità tra i vari gruppi, ma anche da una crescente povertà e disuguaglianza tra i ricchi e i poveri del paese. A incoraggiare le violenze è stato anche il clima di impunità generalizzata, che aveva impedito di fare chiarezza su precedenti crimini, a partire da quelli commessi a margine delle elezioni del 1992.

E’ proprio all’impunità che il Rapporto Waki vuole mettere fine. Infatti, esso prevede l’istituzione di un Tribunale speciale, incaricato di processare i presunti artefici delle violenze postelettorali, le sue menti e i suoi esecutori. Se questo non avverrà entro il 17 dicembre, allora il Kenya tornerà a far parlare di sé, rischiando di compromettere la sua immagine a livello internazionale, che già l’anno scorso ha traballato vistosamente. Questo perché, se non sarà fatta giustizia a livello locale, la lista dei responsabili sarà consegnata alla Corte internazionale dell’Aja.

Sull’implementazione del rapporto, il mondo politico keniota si è diviso, poiché sembrerebbe che nella busta ci siano anche i nomi di sei ministri e di cinque parlamentari. Nell’ODM di Odinga, William Ruto, ministro dell’Agricoltura, accusato da alcuni esponenti del PNU di aver finanziato le rappresaglie nella Rift Valley, inizialmente si era opposto alle raccomandazioni del rapporto, ritenendolo “di parte�. In seguito, il ministro ha cambiato idea dimostrandosi favorevole all’istituzione del Tribunale. Anche nel PNU di Kibaki e di Uhuru Kenyatta, Vice Primo ministro, ci sono diverse posizioni. Per il momento la questione è sul tavolo di un Comitato in cui siedono ministri di entrambi gli schieramenti, inclusi il Presidente, il Primo Ministro e lo stesso Ruto.

Altra importante raccomandazione contenuta nel rapporto è la riforma delle forze di polizia, che si chiede agiscano in piena indipendenza dal Governo. Stando alle indagini di Waki, i poliziotti oltre ad aver fallito nel preservare l’ordine pubblico, avrebbero anche una responsabilità diretta nei soprusi: si imputa loro, infatti, l’uccisione di 405 persone, tra cui anche bambini, e stupri di numerose donne.

Se le sorti del rapporto Waki sono ancora incerte, intanto si è deciso di dare attuazione a un secondo documento, il rapporto Kriegler, che si concentra, invece, sulle anomalie del processo elettorale, per capire cosa è andato storto. Tra le raccomandazioni di Kriegler c’è la riforma della Commissione elettorale (ECK), sulla cui indipendenza, dopo le elezioni del 2007, pesano forti dubbi. 

d.b.

Economia e Sviluppo sostenibile Dopo la crisi finanziaria, che fine fanno gli aiuti agli sviluppo?

Posted in Cooperazione Internazionale by Umberto on the novembre 15th, 2008

 

Riportiamo un contributo di Leonardo Becchetti, professore straordinario di economia politica all’Università di roma Tor Vergata. Ci sembrava doveroso aprire una finestra sulle conseguenze di questa crisi finanziaria che corre il rischio di far arretrare ulteriormente quei paesi, in genere del Sud del Mondo, che in questi anni stavano facendo passi avanti nella lotta alla povertà.

 

Per approfondire  si consiglia una visita al sito web: http://www.benecomune.net

 

 

La crisi finanziaria globale dimostra una volta per tutte che il sistema economico non funziona senza valori. Le regole, anche quelle migliori, non ci salvano senza la nostra attiva collaborazione al bene comune. L’ossessione dei risultati a breve in istituzioni finanziarie che gestiscono strumenti di cui solo pochi conoscono le reali caratteristiche spinge a comportamenti che pospongono o nascondono sotto al tappeto i rischi corsi, mettendo a rischio la sopravvivenza delle istituzioni stesse.

E quando la crisi scoppia la mancanza di fiducia tra intermediari finanziari, e dei cittadini nei confronti delle banche, paralizza il sistema.

Il problema è che il mercato non genera di per sé le virtù (fiducia interpersonale e tra istituzioni, senso civico e morale) necessarie per sorreggerlo. E, ancor più prosaicamente, che le risorse che oggi gli stati utilizzano o accantonano per fronteggiare la crisi rischiano di spiazzare le iniziative in cantiere per la sostenibilità ambientale e la lotta alla povertà.

Alcuni esempi. Le istituzioni internazionali calcolano che per rispettare l’impegno di dimezzare la povertà entro il 2015, sancito dagli Obiettivi del Millennio, sarebbero come minimo necessari 50 miliardi di dollari all’anno. Chi dovrebbe contribuire ha dovuto costruire un fondo di 700 miliardi di dollari (gli USA) e un sistema di garanzie del valore complessivo di più di 2000 miliardi di dollari (l’ Unione Europea) per fronteggiare la crisi finanziaria. Gli stessi obiettivi di contenimento delle emissioni di anidride carbonica presi in sede europea sembrano scricchiolare di fronte alla nuova emergenza.

In questo nuovo scenario nel quale le resistenze ad indirizzare la spesa pubblica degli stati nazionali verso la sostenibilità dello sviluppo aumenteranno è fondamentale richiamare gli stessi alle loro responsabilità. E’ altresì necessario allargare il gioco attingendo da due fonti principali: i “giacimenti� di solidarietà della società civile e il desiderio delle imprese, soprattutto le istituzioni finanziarie, di riaccreditarsi presso i cittadini per riconquistare la loro fiducia.

La letteratura scientifica sta da tempo esplorando queste soluzioni. Nei paradisi fiscali (i “buchi neri� del sistema finanziario) sarebbe possibile, tassando il patrimonio dei soli depositi di persone fisiche, ricavare 250 miliardi l’anno (cinque volte la cifra indicata dalle istituzioni internazionali per le risorse aggiuntive nella lotta alla povertà). Una tassa sulle transazioni internazionali finanziarie potrebbe raccogliere somme vicine ai 150 miliardi l’anno ma sarebbe esposta ai ben noti problemi di necessità di applicazione in tutti i paesi e di rischi di traslazione dell’imposta sui cittadini. In una situazione come quella di oggi però non è affatto escluso che molti intermediari finanziari, per riconquistare il prestigio perduto, aderirebbero a forme di tassazione volontaria delle transazioni per lo sviluppo (un altro modo di fare responsabilità sociale d’impresa). Non potendo esplorare tutte le ipotesi (lotteria globale per lo sviluppo, emissioni obbligazionarie per i vaccini, ecc.) ci soffermiamo sul potenziamento delle iniziative della società civile. La crescita di fenomeni come microfinanza e consumo solidale attraverso i quali i cittadini “votano con il portafoglio� porta nuove risorse con quattro vantaggi fondamentali. La partecipazione dal basso, le capacità di contagio di altri agenti economici che cercano di conquistare il nuovo target di clienti, lo stimolo alla creazione di quelle virtù civiche di cui il mercato ha bisogno e l’aumento delle potenzialità del mercato stesso, in grado di risolvere non più soltanto i problemi di efficienza, ma anche, parzialmente, quelli di equità e promozione delle pari opportunità. 

 

Le turbolenze della crisi proseguiranno almeno fino a quando non si riuscirà a ridare tono al mercato secondario dei derivati sul credito (circa 58000 miliardi di dollari che hanno perso quasi metà del loro valore) attraverso garanzie pubbliche e iniezioni di fiducia a banche e cittadini. Affrontando in un secondo tempo i gravi buchi della regolamentazione di Basilea II che ritiene paradossalmente più rischiosi i prestiti alle parrocchie o alle piccole imprese delle operazioni di finanza creativa, di fatto non sottoposte a requisiti patrimoniali.

Per risolvere le cause profonde dobbiamo però attingere alla tradizione feconda della dottrina sociale che ci ricorda che la persona è sia individuo che nesso di relazioni e che la realizzazione della propria vita passa attraverso l’esercizio di virtù che generano rapporti fiduciari.

Il premio nobel Akerlof dimostra che nelle imprese di successo la scintilla scatta quando i partecipanti dell’attività produttiva si “scambiano doni�, ovvero fanno qualcosa in più per l’altro di quanto contrattualmente stabilito. La crisi ci insegna che questi ingredienti, assieme al ruolo indispensabile dei contratti, sono fondamentali per il funzionamento degli ingranaggi economici. Nello sviluppare queste riflessioni la commissione Giustizia e Pace sottolinea che dall’incontro di Doha, promosso dalle Nazioni Unite per discutere dei problemi internazionali alla luce della situazione finanziaria, deve uscire una nuova alleanza tra istituzioni, imprese e cittadini di buona volontà. Identificando regole e comportamenti per promuovere la dignità della persona e porre le condizioni per una felicità sostenibile. 

Dal Congo l’appello del Vescovo di Bukavu

Posted in Africa by Umberto on the novembre 15th, 2008

ARCHEVECHE

B.P. 3324 Prot.438.08/17/1/8

B U K A V U

QUELLES PERSPECTIVES POUR LA PAIX EN RDCONGO

Adresse à Son Excellence Monsieur Adolphe MUZITO, Premier Ministre et Chef de

Gouvernement de la République Démocratique du Congo de passage à Bukavu

Excellence Monsieur le Premier Ministre,

C’est pour nous une grande joie de vous accueillir au Sud-Kivu, à moins d’une semaine après votre investiture et pour la première fois depuis que vous avez été élevé à la primature de notre Pays. Cette prise de responsabilité nous encourage et nous réconforte. Par le concours des circonstances, nous sommes comptés parmi les premiers bénéficiaires de vos missions à l’intérieur du pays. Votre présence ici suscite un immense espoir pour la population, qui attend connaître la réponse du Gouvernement à la crise qui tourmente le pays en général et l’Est en particulier.

Comme vous le savez, le 28 août 2008, les hostilités ont repris dans le Nord-Kivu. Elles risquent d’embraser à nouveau tout le pays et le ramener à la case départ. Ce serait ainsi plus de 5. 000.000 de morts pour rien, 1 milliard de dollars par an à la MONUC depuis 6 ans et 500.000.000 $ de frais électoraux jetés à l’eau. Et le calvaire du peuple congolais se poursuit. Ce peuple est ainsi décimé dans la plus grande confusion d’un côté tandis que règne la plus grande quiétude de l’autre. Pourquoi ?

Le drame congolais a des implications économiques et politiques à plusieurs paliers : au niveau international, national et local.

a. Au niveau International

La République Démocratique du Congo est en guerre depuis 1998. Cette guerre s’est révélée ensuite comme une guerre de prédation régionale et internationale. La difficile gestion des ambitions politiques des acteurs congolais n’en constituait que des épiphénomènes.

C’est ce qui ressort du Panel des Nations Unies sur le pillage des ressources naturelles de la République Démocratique du Congo. Pour de l’or, du diamant ou du coltan, des populations entières sont décimées, leurs habitations occupées, détruites ou incendiées par des bandes armées congolaises souvent clairement soutenues par des armées étrangères, avec des ramifications internationales encore plus étendues qu’on ne l’imagine.

Un double procès à la Cour Internationale de la Haye renseigne sur ces faits : l’Uganda et le Rwanda y étaient nommément inculpés. Mais justice n’a pas été vraiment rendue au Congo, du moins jusqu’à présent, face à ses voisins servant de relais à une nébuleuse des prédateurs internationaux désormais mieux identifiés depuis le Panel des Nations Unies sur les réseaux de pillage des ressources naturelles du Congo.

Parmi les propositions retenues par certaines chancelleries pour régler la question, on envisage un Sommet à Nairobi. Ne serait-il pas pertinent d’envisager également un autre qui réunirait les Etats-Unis, l’Union européenne et certains pays du Sud-Est asiatique pour qu’ils règlent leurs problèmes autour de leurs intérêts géostratégiques, économiques et même fonciers qui alimentent des tensions meurtrières dans cette Sous-région en général et au Congo en particulier. On épargnerait ainsi la mort à d’innombrables paysans et il y aurait moins de criminels. Ce qui allégerait également la tâche aux humanitaires et favoriser l’action des investisseurs.

b. Au niveau national.

Un processus de consolidation de la paix et de l’autorité de l’Etat a été mis en place par les institutions démocratiquement élues. Celles-ci ont délégué à cet effet le Programme AMANI par les résolutions conclues et signées à Goma le 23/01/2008.

Nous souhaitons vivement que nous congolais puissions unanimement soutenir ce processus et le Programme Amani, que nous puissions faire passer l’intérêt suprême de la Nation avant nos intérêts particuliers qui poussent à des divisions préjudiciables au peuple. Sur ce point précis on voit se creuser un fossé entre les aspirations de nos populations et les manœuvres politiciennes de certains élus pourtant portés au pouvoir par ces mêmes populations.

Dans l’exercice de ce pouvoir démocratique, nous espérons voir enfin l’Etat prendre pleinement ses responsabilités institutionnelles et assurer ses prérogatives de souveraineté (intégrité territoriale, unité, paix et sécurité pour les citoyens, bonne gouvernance au service du peuple par les dirigeants). Il nous semble nécessaire et urgent pour un pays riche en ressources naturelles comme le nôtre de bâtir une armée suffisamment forte pour garantir sa stabilité et son développement.

Cette évolution ne saurait se faire avec le laisser-aller actuel qui se manifeste de façon criante par la corruption au sein de la hiérarchie militaire et des services publics.

c. Au niveau provincial

Nous attendons de nos élus un engagement soutenu et la prise en charge des préoccupations de nos populations, spécialement en matière de paix, de sécurité et de bonne gouvernance. Au lieu de quoi on a l’impression qu’ils s’occupent plutôt de leurs positionnements et de leurs intérêts égoïstes. En effet, voici un an, nous avons vu nos députés se mobiliser comme un seul homme pour mettre dehors un gouverneur. Pour le problème des enseignants, du personnel de santé et d’autres questions sociales, ils ne disent rien. Maintenant que la Nation est en danger, on observe un silence presque total ; peut-être y travaillent-ils tout de même, mais le public n’en n’est pas informé. Nous aimerions connaître les priorités de nos élus en Province?

d. Perspectives

Voici quelques temps, en 2007 j’adressais à l’Ambassadeur de France une page portant sur les préoccupations sécuritaires de nos populations et des appréhensions de préparation d’une nouvelle guerre. Des personnalités éminentes ont trouvé l’accent exagéré et estimé que la situation était sous contrôle. Il n’y aurait pas eu de raison de s’inquiéter. Au Comité de Pilotage, le 23/09/2008, nous disions que ce qui était rumeur hier est devenu réalité aujourd’hui. En tout cas, plus que jamais, la vigilance est de rigueur.

Dans un système devenu aussi fragile que le nôtre, on se sent enfermé dans un cercle vicieux : nous passons de rébellions en pourparlers, de pourparlers en accords, des nouvelles mises en place au sein de nouvelles institutions et de nouvelles institutions en nouvelles rébellions…bref, un éternel recommencement.

En fait, la population congolaise est l’otage de plusieurs mobiles régionaux et internationaux.

- La prédation des ressources naturelles qui fait que des bandes armées de toutes sortes sacrifient les populations congolaises pour se frayer un espace de non Etat où chacun vient puiser librement sans autres frais à payer que ceux proportionnels à ses capacités de nuisance : cela est vrai pour les bandes armées congolaises aussi bien que pour les milices étrangères. A cette allure, le pays court le risque de devenir un repaire de brigands et même, si l’on n’y prend garde, un repli pour d’éventuels terroristes contre toute l’humanité.

- La prévention d’un autre génocide au Rwanda dicte des réflexes épidermiques de plusieurs responsables qui cessent de réfléchir sereinement lorsque ce mot est prononcé. Sous cette émotion, et pour des raisons morales même, ils laissent faire l’holocauste du peuple

congolais  au nom de ces précautions: plus de 5 millions de congolais ont perdu leurs vies dans cette affaire. Notre point de vue est celui-ci : le génocide est à éviter absolument ; ce point de vue nous le partageons avec la Communauté Internationale. Mais on ne peut le faire aux dépens d’un autre peuple. Ce serait corriger un mal par un mal. Le génocide a été commis au Rwanda par des rwandais sur des rwandais. Il est donc absurde et injuste que la Communauté Internationale continue à en faire payer les frais aux congolais, innocents dans la conception, dans la planification et dans l’exécution. Il faut plutôt, par exemple, aider le peuple rwandais à se réconcilier chez lui avec lui-même, au lieu d’exporter ses problèmes chez autrui où il ne trouvera pas de solution. La Communauté Internationale a bien aidé le Congo et le Burundi à organiser leurs dialogues nationaux respectifs, ainsi que des élections démocratiques, libres et transparentes. Il serait temps que l’on en fasse autant pour le Rwanda. C’est alors que la renaissance de la CEPGL aura un sens.

- Autrement, le Congo doit-il payer les frais de la mauvaise conscience de la Communauté Internationale qui n’a pas arrêté le génocide alors qu’elle était sur place et fortement armée.

- La MONUC, au stade actuel, quel est son rôle ? Les choses se passent-elles de la même manière, avant comme après les élections ? Après avoir englouti tant de moyens, va-t-elle laisser le pays sombrer dans le chaos, observant les morts, les déplacés, les victimes de viols et leurs auteurs ?

- D’aucuns se demandent si les institutions mises en place par les élections exercent leurs fonctions ou sont-elles toujours placées tacitement sous tutelle de la MONUC. Font-elles vraiment tout ce qui est à leur pouvoir pour que le pays redevienne un Etat respectable au concert des Nations ?

- Comme tous les Etats souverains, la RDC a le droit et le devoir de maintenir la paix et la sécurité sur toute l’étendue de son territoire, d’y assurer un développement harmonieux, et de se doter les moyens suffisants pour y parvenir.

Conclusion

Nous, Eglise de Bukavu, solidaire de la souffrance de notre peuple, nous nous engageons pour la paix et le développement, et demandons aux institutions légitimement mises en place tant au niveau national que provincial d’exercer leurs fonctions en pleine responsabilité. Nous demandons à tous nos compatriotes de les soutenir dans cette lourde tâche. Ensemble, soyons responsables de notre jeune démocratie.

Tout en saluant les efforts exceptionnels déployés au Congo par la Communauté Internationale, nous lui demandons en supplément un sens plus élevé d’équité dans le traitement des problèmes qui concernent le Congo au sein de cette région des Grands Lacs.

Enfin, Excellence Monsieur le Premier Ministre, nous demandons que ces préoccupations soient prises en compte dans les options nationales et dans les négociations internationales afin que toutes les populations de cette sous région des Grands Lacs se retrouvent dans la paix et la cohabitation pacifique d’antan.

Fait à Bukavu, le 05 novembre 2008

+ François-Xavier MAROY RUSENGO

Archevêque de Bukavu

Informazione e agricoltura. Ricetta per lo sviluppo.

Posted in Kenia osservatorio Paese by Daniela on the novembre 13th, 2008

 

L’informazione è il punto di partenza per uno sviluppo sostenibile, anche nei luoghi più sperduti, dove la gente vive senza elettricità, in molti non sanno leggere e scrivere e la quotidianità è scandita dal sorgere e dal calare del sole. Una comunità informata ha più chance di far valere i propri diritti e chiedere ciò di cui ha bisogno per migliorare le condizioni economiche e sociali. E’ questo il principio sul quale si basano le attività che Network for Ecofarming in Africa (NECOFA) svolge in Kenya. Qui, NECOFA, organizzazione nata nel 1998 in Etiopia, promuove l’agricoltura biologica e sostenibile attraverso la condivisione di informazioni e conoscenze con le comunità rurali dei quattro distretti in cui lavora. In quello di Molo (Rift Valley), sta portando avanti proprio questo processo: facilitare l’accesso alle informazioni da parte della comunità, composta da agricoltori e piccoli commercianti. Nella sede dell’organizzazione gli abitanti di Molo hanno la possibilità di accedere gratuitamente  a un laboratorio informatico, con connessione internet, e ricevere assistenza nella navigazione. Il servizio è ampiamente apprezzato: quotidianamente viene usufruito da circa trenta – quaranta persone, principalmente ragazzi e ragazze in età scolare e insegnanti.  Inoltre, NECOFA diffonde la cultura dell’informazione, con particolare attenzione ai temi legati all’agricoltura biologica, nelle scuole, ma anche tra contadini e commercianti, creando reti con altre organizzazioni e istituti di ricerca.

«Le difficoltà di informarsi in questo tipo di realtà rurale sono svariate – spiega Samuel Karanja Muhunyu, coordinatore paese di NECOFA -. Prima di tutto c’è il costo della connessione internet, poi la mancanza di infrastrutture e la scarsa diffusione delle conoscenze informatiche». Sfide che NECOFA si propone di superare, ritenendo che i piccoli agricoltori, se informati per esempio sui prezzi e sull’andamento dei mercati, possano vendere i propri prodotti a un prezzo equo, evitando di essere sfruttati dai grossisti.

Altro esempio di come una comunità informata può scegliere in modo consapevole è quello portato da Mwuara  Nderitu, responsabile progetto di NECOFA: «di fronte all’interesse e all’insistenza di molte aziende nello spingere la coltivazione di biocarburanti su terreni prima dedicati a produzioni alimentari, bisogna fare in modo che il piccolo contadino, a cui viene proposto questo tipo di business, sia in grado di decidere con cognizione di causa, senza farsi abbagliare da false promesse di lauti guadagni. Diversi agricoltori, in altre zone del paese, hanno convertito le loro coltivazioni, restando poi a mani vuote: senza il ritorno economico sperato e, oltretutto, senza avere di che sfamarsi, dato che le colture orticole erano state abbandonate per il biofuel. Per evitare che episodi di questo tipo si verifichino anche a Molo, stiamo cercando di sensibilizzare le comunità del distretto su questi temi, promuovendo l’agricoltura biologica e la conservazione dei saperi tradizionali».

Come spiega Muhunyu, le conoscenze indigene e le tradizioni culinarie sono state erose prima dalla schiavitù, poi dal colonialismo e ora vanno recuperate. A questo proposito, dal prossimo dicembre NECOFA, assieme a Slow Food, avvierà a Molo una mappatura dei saperi tradizionali, che poi saranno promossi nelle comunità.  Altra iniziativa di prossima partenza è la realizzazione di filmati che illustrino le tecniche agricole biologiche,  in tutti le fasi del processo, affinché queste siano percepite come una reale alternativa a pesticidi, fertilizzanti chimici od Ogm.

«Inoltre, – continua Nderitu –, i contadini devono essere al corrente dei provvedimenti adottati dal Governo in tema di agricoltura. Ad esempio, l’eucalipto, richiesto dalle fabbriche di te e utilizzato per costruire i pali della luce, può essere un buon affare. Ma, chi vuole investirvi, deve sapere che esiste il divieto di  piantare questo albero, che assorbe enormi quantità di acqua, al di sotto di una distanza minima dalla riva di un fiume».

L’informazione può fluire però anche nel senso opposto. Nella divisione di Kuresoi, sempre nel distretto di Molo, vivono circa 45.000 persone, semi isolate dal piccolo centro urbano a causa della pessima condizione delle strade interne. Ogni giorno le donne percorrono chilometri nella foresta, lungo sentieri fangosi per raggiungere il centro dove vanno a vendere gli ortaggi. Quando piove la strada che collega i fertili campi a Molo città diventa impraticabile in macchina e i mezzi che servono la zona, peraltro troppo cari in rapporto al reddito della comunità, si impantanano. «La diffusione dell’informazione negli insediamenti del distretto permetterebbe alle comunità di rafforzarsi, di accrescere la loro capacità di farsi ascoltare dai rappresentanti politici locali,  riuscendo così a far pressione per vedere accolte le loro richieste, tra le quali la risistemazione della strada, indispensabile per lo sviluppo dell’intera divisione di Kuresoi» spiega Muhunyu, che mette in evidenza  un altro importante  nesso, quello tra stabilità di un’area e il suo sviluppo, sottolineando come l’informazione costituisca una componente essenziale della pace. Quest’ultima non è condizione scontata in un’area come la Rift Valley, fin dagli anni Novanta teatro di scontri interetnici soprattutto in occasione delle elezioni. Gli ultimi sono scoppiati lo scorso dicembre, in seguito alla contestazione dei risultati, che hanno riconfermato il Presidente uscente Mwai Kibaki, da parte dello schieramento del candidato Raila Odinga, ora Primo Ministro.

Le rivalità tra gruppi etnici viene alimentata, secondo Muhunyu, proprio dalla disinformazione e dalle dicerie, che in assenza di una corretta informazione non possono essere disconfermate. Il primo passo per scoraggiare l’insorgere di tensioni è la conoscenza reciproca e, a questo proposito, NECOFA organizza dei forum aperti a tutte le comunità ed etnie del distretto.

Proprio gli scontri del 2007 hanno dato ulteriore impulso alla solidarietà sociale della zona. Diverse associazioni, che prima lavoravano in modo autonomo, si sono unite nel Multi Stakeholders Coordination Committee (MISCC), coordinate appunto da NECOFA. La missione del comitato, inizialmente, era dare assistenza a quanti, durante le violenze post-elettorali, perdendo casa e terreni, si sono ritrovati a vivere nei campi per sfollati. In seguito, a maggio, quando le famiglie hanno potuto cominciare a reinsediarsi nei terreni vicini alle ex dimore, il MISCC ha ridefinito i suoi obiettivi, proponendosi di aiutare queste persone a rifarsi una vita. Dopo aver perso tutto, casa, terra, attrezzature da lavoro, gli sfollati hanno dovuto partire da zero. Il ruolo del MISCC è quello di assisterli nell’avvio di piccole attività agricole, fornendo sementi, attrezzatura e consulenza, ma anche accompagnandoli nel processo di reintergrazione, spesso non facile, in un’area dove gli equilibri sono minacciati da antiche rivalità etniche fuse con rinnovati rancori.

Comunità di Kuresoi

Comunità di Kuresoi


La vittoria di Obama vista dal Kenya

Posted in Kenia osservatorio Paese by Umberto on the novembre 6th, 2008

Oggi è festa nazionale in Kenya, indetta ieri dal presidente Mwai Kibaki.. Il motivo? Celebrare l’elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti, la realizzazione del sogno americano compiuta da un uomo di origine keniana.

Da ieri si avverte una contentezza diffusa tra la gente, volti sorridenti e pronti a esclamare “Obama!�, diventato quasi una specie di saluto.  Un po’ in tutto il paese la storica vittoria è stata accolta con gioia, canti e danze, ampiamente ripresi dalle televisioni locali. A Kisumu, terra dove è nato il padre di Barack, i festeggiamenti sono iniziati già martedì, quando, per smorzare l’ansia dell’attesa, un gruppo di persone ha inscenato delle finte elezioni, mettendosi in fila per esprimere la propria preferenza. Mentre a Nairobi, alcuni hotel l’altro ieri notte hanno organizzato dei party per far condividere ai clienti la fibrillazione dell’attesa dei risultati. Anche gli abitanti di Kibera, il più grande slum della capitale, hanno esultato dopo aver passato la vigilia di questo indimenticabile giorno sventolando poster di Barack intorno al fuoco. Poi, c’è chi si è sbizzarrito con la fantasia, come un cuoco di un resort sulla costa che ha inventato un piatto ad hoc in onore delle storiche elezioni: due americanissimi hamburger, uno chiamato Obama, l’altro Mc Cain.

E’ da mesi che il nome di Obama rimbalza sulle bocche dei kenioti. Salendo su un taxi, nelle scorse settimane, non passava più di qualche istante prima che il “driver�, per spezzare il silenzio, chiedesse “allora, secondo te, vincerà?�. Il riferimento era ovvio. Non come nel 2007, quando in questo stesso periodo il Kenya si stava preparando a eleggere il proprio presidente, e quando prima di rispondere a questo genere di domande si doveva intuire a quale schieramento il proprio interlocutore appartenesse. Quello di Odinga, o quello di Kibaki, deducendolo spesso dall’appartenenza etnica della persona con cui si scambiava qualche battuta sull’evento dell’anno. La politica, estera questa volta, è stata fonte di unione anziché di frammentazioni e rivalità tra i kenioti. Tutti, con più o meno fervore, hanno fatto il tifo per questo ambizioso “fratello� d’oltreoceano, riscoprendo, forse, un sentimento di appartenenza alla medesima nazione, e ancor di più a uno stesso continente, bistrattato e lungamente sottomesso. «E’ un momento importante non solo per la storia degli Stati Uniti, ma anche per noi. La vittoria del senatore Obama è la nostra stessa vittoria perché le sue radici sono qui, in questo paese. Siamo orgogliosi per il suo successo» sono le parole con cui ieri Kibaki ha saluto i risultati delle elezioni, nelle quali vede l’apertura di un nuovo capitolo di dialogo tra gli americani e il resto del mondo, augurandosi un rafforzamento delle relazioni tra il Kenya e la Casa Bianca.

Tra la gente c’è chi spera in una maggiore attenzione da parte dell’America ai problemi dell’Africa e chi pensa che la vittoria di Obama si tradurrà in vantaggi economici e in politiche più favorevoli al Kenya. Al contrario, il perché dei festeggiamenti per molti sta nel solo valore simbolico di queste elezioni, vinte da un uomo dalla pelle nera che ha raggiunto la posizione di potere più importante al mondo. Sulla possibilità che ciò si traduca in effettivi benefici per il Kenya e per l’Africa, non tutti si illudono. Una tra gli intervistati dal Daily Nation, principale quotidiano del paese, ammette molto schiettamente di non aspettarsi da Obama niente di più di quanto la sua candidatura abbia già generato: un aumento di guadagni, derivanti da magliette e altri gadget elettorali.  Non si discosta di molto il parere di un secondo intervistato, il quale identifica, come possibile vantaggio economico, un maggiore flusso di turisti americani, curiosi di scoprire la terra dove affondano le radici del loro nuovo presidente. 

d.b.

I piccoli agricoltori di “bhang”

Posted in Kenia osservatorio Paese by Umberto on the novembre 5th, 2008

Vi segnalo un interessante articolo scritto dall’International Press Service (IPS) sulla produzione keniana di “bhang”, la versione locale della marijuana. 

http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1326

Dal Central Pokot

Posted in Kenia osservatorio Paese by Umberto on the novembre 3rd, 2008

Per iniziare, intanto, qualche foto scattata nel nord ovest del Kenia, dove vivono le popolazioni Pokot, tradizionalmente semi nomadi. 

Kenia: corrispondenza diretta dal paese

Posted in Kenia osservatorio Paese by Umberto on the novembre 2nd, 2008

Prende il via la nuova corrispondenza da questo importante paese dell’Africa al centro di importanti e delicate relazioni.